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PERCEZIONI D’ITALIA

Ai tempi della mia infanzia, ho camminato scoprendo dei sinuosi cammini di vita.

Quelle pareti bianche e fredde dalla neve che si inalzava fino alla mia testa, il calore acceso a legna e agli esseri cari con la loro musica nel parlare e delle colorate tradizioni…

…L’estate caricata di odori, di sapori…

Sculture a Roma ovunque, figure ieratiche piene di significati con i loro sguardi verso l’eterno segnarono in me, la propria strada.

Josefina Di Candia

 

COMMENTI SULL’OPERA

Architetto ALBERTO BELLUCCI -Direttore del Museo Nazionale d’Arte Decorativa-

“Allora potrò dire a quell’istante: “Fermati, sei così bello…” J.W.Goethe, “Fausto”.

Dopo di deliziarsi (e deliziarci) con le visioni “di camera” dei giocattoli accantonati e dei pupazzi misteriosi da alcuni anni fa, Josefina Di Candia ci delizia (e si delizia) con le visioni “sinfoniche” che le provocano il mondo esterno, in questo caso quello delle città italiane che ha visitato nel 2004. Non a caso le ha battezzate “percezioni”, cioè le sensazioni interne che risultano di una impressione materiale operata nei sensi e che diviene in conoscenza e comprensione della scena contemplata.

Josefina ha bisogno di percepire l’oggetto in concreto e di afferrarsi alla certezza della figura per cominciare da lí a costruire i suoi sogni. Non inventa né distorce, semplicemente riceve il mondo, lo fa suo e lo restituisce in paesaggi generalmente disabitati, che invitano ad immergersi e a farsi parte di loro. Senz’altro, come corrisponde ad ogni artista di formazione accademica e di informazione solida, la percezione dei posti significativi dell’Italia è risultata per lei intensa e definita. Ciò si nota nell’accurato registro degli elementi costitutivi della scena urbana –arcate e portici, case e chiese, palme e campanili, strade e ponti, ghirlande che ballano, ramature che graffiano, gondole coperte che si dondolano- ma soprattutto si evidenza nella correzione delle proporzioni, nella richezza cromatica e nella calorosità con che si comunicano le tessiture e i chiaroscuri. Come corrispondono, primano i colori della terra e dell’ arena, oscillando tra l’ocra piú leggero e la terracotta impastata, sui fondi dei cieli blu cerulei o imprevistamente grigi che si susseguono nel Mediterraneo. Così si tende il circuito di questi dipinti: rapidità dell’occhio, richezza della percezione, sveltezza del pennello, qualità del risultato.

Davanti a questi paesaggi urbani, ritorno all’azzeccata osservazione di Lamartine in “Graziella”: “Per piú che l’uomo contempli e abbracci lo spazio, la natura intera si compone per lui di due o tre punti sensibili ai quali si fermerà tutta la sua anima”.

Nel caso di Josefina Di Candia quei punti sensibili sono piú di tre, però in ognuno di loro fa atterrare la sua anima insieme al suo mestiere, e da ognuno di loro ci incoraggia non solo a contemplarli come dipinti autosufficienti ma anche come trampolini di penetrazione verso gli spazi che -contrariando il cammino del processo creativo che li originò- ci restituiscono, sorprendenti e generosi, alla fruizione della città reale.

 

GUILLERMO ROUX -Artista plastico-

Sui paesaggi italiani di Josefina Di Candia

C’è stato un tempo in cui si voleva alla pittura libera di ogni contenuto letterario. Questo non succede con i quadri che oggi si dipingono che sono di solito saturi di stranei simbolismi, allusioni sociali, idee, concetti, associazioni, ecc.   Dipinti con un messaggio, umore, satira e tante altre cose.

I paesaggi che Josefina Di Candia ha portato dal suo viaggio in Italia non si appoggiano in niente che non sia la macchia, il tono, il colore, la forma e la ricca materia. Il tutto sempre aggiustato. Franchezza di mezzi, pittura onesta, fresca, spontanea, di agile pennellata.

Josefina non si lascia sedurre dalle rovine, cieli e mari così meravigliosamente italiani. Mica facile trattandosi di un paesaggio potentemente attraente e tanto carico di storia.

Josefina riesce, a mio avviso, una sintesi personale di quanto vede e dipinge con convinzione, libera dei pregiudizi che ci impone l’epoca. Non cerchiamo nella sua pittura piú di quanto lei vuole darci e alla che soltanto dobbiamo guardare sentendola.

 

GUSTAVO S. TURNER -Scrittore – Cambridge, Massachussets

Quelli che vennero dall’ Europa nel secolo XVI trovarono nell´ America dei santi e dei demoni delle loro proprie mitologie. Quelli che vennero alla fine del ‘ 800 e all’ inizio del secolo XX credettero vedere nel nuovo mondo i suoi propri preguidizi e rivoluzioni. Di Candia riceve questa tendenza, peró alla rovescia: la sua Venezia non é il rumoroso sproposito turistico degli inizi del secolo XXI ma un´ improbabile risorsa di paesaggi tranquilli, sbozzatti con una tavolozza con delle sfumature di colore terra. É la sua propria Venezia privata, dove porte controreformiste e ville borghesi passano dai suoi occhi e riemergono nel pennello tramuttati in barocco   “criollo” e in casolari delle “pampas”. Tanto come gli speculatori e i lacché di: “ Il Mercante di Venezia” veramente provenivano delle rive del Tamigi, i colori e le ombre di Di Candia sono inequivocabilmente latinoamericani.

Le immagini che risultano di questo processo sono intriganti, fino a perverse se uno accetta come la normalitá ai cliché iconici della cittá. Sono strade in essenza vuote (o abitate da forme spettrali), come quelle del geniale film “Don´t Look Now” di Nicolás Roeg, che fu rintitolata “Venezia Rosso Shocking” per il mondo latino.

Peró Di Candia ci sfida ad immaginare una Venezia tanto senza turisti né Mc Donalds come senza umiditá né sangue, quasi come se un uragano l´avesse inalzata dalla sua tomba d´acqua nel Veneto e l´avesse depositata nelle vicinanze di Junín. Se ci sono crimini o shocks nella cittá di questi sobri paesaggi, succedono strettamente a porte chiuse.

 

JOSEFINA DI CANDIA    si é formata presso le Scuole Nazionali delle Belle Arti

« Manuel Belgrano » e « Prilidiano Pueyrredón », ha frequentato la laurea in arti plastiche presso l´Istituto Universitario Nazionale dell´Arte.

Ha studiato con diversi maestri della plastica come, Rubén Locaso, Guillermo Roux, Fermín Eguía, Josefina Robirosa, Antonio Pujía, Anna Rank (discepola di Alpuy, scuola di Torres García), Miguel Angel Vidal e Haydeé Calandrelli (discepola di H. Moore).

Il suo spirito irrequieto e creativo la portó a studiare nel nostro Paese e all´estero storia dell´arte e filosofia.

Da piú di quattordici anni esercita la docenza in arte presso il Museo Nazionale di Arte Decorativa (MNAD), presso l´istituto Universitario Nazionale di Arte, presso l´Universitá del Museo Sociale Argentino, presso l´officina di Guillermo Roux e nella sua officina privata situata nel quartiere della Recoleta.

Come artista plastica ha partecipato in diverse mostre collettive e individuali ottenendo rinomate distinzioni per la sua opera.